mercoledì 1 maggio 2013

Non è successo nulla, tout va bien. O quasi.


 Alla fine, non è successo nulla. Dopo tutto quello che è successo, voglio dire, non è successo nulla. Dico, dopo tutto quello che c'è stato, le elezioni, il presidente della Repubblica delle banane, qualche timida manifestazione, un attentato che non era un attentato, dopo tutto quello che è successo, non è successo nulla. Eppure, qualche conclusione da quel nulla bisognerà tirarla, sia pure con le pinze e un po' di fantasia.
In particolare, la mia pinza da quel nulla tira fuori alcune riflessioni e si trasforma in penna per scriverle qui. E le sue conclusioni sono due, abbastanza evidenti. Una, che la politica parlamentare, quella partitocratica, ha un'ideologia liberista e che questa è causa dei nostri problemi (evidenza che gli elettori “di sinistra” del PD non hanno capito). Due, che il cambiamento che si invoca tanto negli ultimi tempi non può venire da quella politica parlamentare, anche quando in parlamento ci va gente nuova: deve cambiare la società e il palazzo cambierà con essa. Il cambiamento deve invertire la tendenza neoliberista e deve venire dal basso, come si diceva una volta, e da sinistra, ché da lì vengono le istanze progressiste e di emancipazione dei popoli.

Ed è questa la grande povertà della società italiana: di non sapere vedere quanto invece è conservatrice e impregnata di quei valori che le rendono miserabile. Per questo “la gente”, questo soggetto indefinito, che oggi alcuni chiamano “i cittadini”, non riescono a pensare un'uscita dalla loro miseria, non riescono a lottare contro di essa, magari organizzando un movimento sociale che sviluppi una nuova idea di società basata su dei valori di solidarietà e di equità. Questi valori sono assenti in una società immiserita e che ha vergogna di ammettere la propria miseria. Al punto da scegliere il suicidio.
Eppure, un'idea di società equa e giusta non è del tutto assente da altre società pur così vicine a quella italiana. Infatti, è un'idea su cui alcuni movimenti, come quello degli Indignados, quello di Occupy Wall Street, quello di Atene, quello di piazza Tahrir, quello portoghese, quello islandese, hanno già cominciato a lavorare. In Italia, niente. Percepiamo il malessere e ce lo facciamo piovere addosso, arrugginendoci. Eppure, quella buona erba che dovrebbe nutrire una nuova idea di società ha già un terreno su cui crescere.
Questo terreno è quello dei poveri. È il mondo degli schiavi al lavoro, gli stagisti, gli immigrati (che sono stati quasi i soli, nel silenzio generale e colpevole, sindacati compresi, ad aver scioperato negli ultimi mesi), gli operai ricattati, i licenziati, gli interinali, i somministrati, i disoccupati, i lavoratori a cottimo mascherati in partite Iva e liberi professionisti, i dipendenti pubblici, il personale precarizzato degli ospedali in chiusura, i cocoprò, i cococò, gli esodati, le vittime delle grandi opere mafiose, i pensionati e quelli che in pensione dovevano andarci nel 2012, poi nel 2013, poi nel 2014, poi... Insomma noi, noi tutti, vittime di una politica economica che schiavizza le persone: questo mondo qui è il terreno su cui, con ogni evidenza, dovrebbe crescere e rinverdire un'idea solidale di società.

Questi mondi sociali e lavorativi vengono spesso rappresentati come “dimenticati”, trascurati da una politica “lontana dai cittadini”. In questa visione, una disattenzione e delle leggi fatte male da parlamentari incompetenti e ladri genererebbe inevitabilmente una cattiva gestione della cosa pubblica di cui la nostra miseria sarebbe figlia. Basterebbe, in tal caso, raddrizzare un po' il timone per evitare il naufragio.
Queste rappresentazioni, che sembrano essere il massimo della critica che la maggioranza degli italiani riesce ad apportare al sistema sociale e politico in cui vive, sono quantomeno ingenue.
Non credo che la nostra miseria esista solo perché siamo governati da gente ladra ed incompetente. Gli incompetenti e ladri, infatti, servono un'ideologia, “l'unica praticabile”, che ci vuole schiavi. È l'ideologia capitalista, di cui quei ladri sono i servi e rappresentanti e che si nutre delle innumerevoli forme di schiavitù in cui siamo ridotti. Precari, immigrati, stagisti, disoccupati: tutti schiavizzati per il profitto di pochi. Un'ideologia, tante schiavitù.

L'egemonia dell'ideologia capitalista è totale. La personalità dello schiavo ha incorporato quell'ideologia che si traduce in modi di vita, di vedere il mondo, di organizzarlo. E quest'organizzazione del mondo è fondata sulla separazione, sulla chiusura, sulla divisione: i nostri lavori si differenziano sempre più, gli ambienti in cui viviamo sono sempre meno penetrabili, i nostri stili di vita individualisti.
Lo stato di schiavitù in cui ci troviamo ci impedisce di pensarci come membri di una collettività, come individui partecipanti di un segmento di società e della società intera. Siamo individui le cui parole e i cui atti si affastellano e si confondono in uno spazio virtuale dove l'infinità delle connessioni impedisce l'emersione di tratti comuni, di gruppi sociali capaci di agire.

Nessuno di noi ha una pertinenza sociale. I nomi comuni con cui siamo identificati nel corso della nostra vita, e soprattutto nel nostro lavoro, sono incommensurabili, frutto di una moltiplicazione lessicale che ha frammentato le nostre aspettative, le nostre identità, le nostre personalità. Ridotti in segmenti individuali ed egotici, siamo derubati di qualsiasi potere si significazione comune. Hanno stretto il laccio intorno alla pertinenza sociale dei nostri racconti individuali: protagonisti solo di noi stessi, la storia degli altri non ci interessa, non ci riguarda, non ci commuove.

La più grande vittoria di questo processo, mi pare, non è stata solo frammentazione della società e dell'economia, ma l'isolamento dell'individuo. Abbiamo vissuto un processo di atomizzazione dei rapporti sociali che ci impedisce di associarsi. Siamo soli, rinchiusi nella nostra solitudine, nel nostro isolamento. Siamo atomi.
La disoccupazione è l'apice di questo processo di atomizzazione. Soprattutto nella disoccupazione, e soprattutto in quella giovanile, è visibile la solitudine esistenziale di cui è prigioniero l'individuo che vive nell'Italia contemporanea.
Sì, perché un giovane disoccupato è un giovane annientato. È un giovane privato della sua forza vitale, di un posto in società. Un giovane disoccupato è stato rigettato dalla società, spossessato della sua traiettoria di vita, reso impotente di fronte a un mondo che pur agisce su di lui. È stato privato di qualsiasi ruolo in società, di qualsiasi definizione. Confinato in un limbo di ristrettezze, si definisce per quel che non è. Un giovane disoccupato è costretto a restare giovane nella sua psicologia, nella sua personalità, fin nella sua sessualità. È sterile e impotente. Non può, perché è escluso.
È un atomo, solo, isolato, privo di qualsiasi forza, in connessione forse con il mondo intero, ma in associazione con nessuno. Cerca un legame molecolare impossibile che crei una lega capace di dare vita ad un mondo nuovo. È idrogeno spaiato e senza respiro.
Questo isolamento è prigionia e schiavitù. È impossibilità di pensare al di là del proprio io, un io che corrisponde più o meno al niente.

Questa è stata una grande vittoria del neoliberismo in Italia e altrove: l'isolamento di ognuno di noi. È un isolamento non solo fisico. È un isolamento psicologico, sociale, certo. Ma è un isolamento anche linguistico: la nostra lingua, il nostro discorso del mondo non è condivisibile, poiché frutto di un'infinita frammentazione che ci precede, ci colloca, ci confina. Una divisione il cui risultato è un numero decimale periodico.
Perduta la nostra pertinenza in società, incapaci di sentirci parte di un discorso comune, collettivo, frigidi e distratti di fronte al viso sofferente di chi ci sta di fronte, non abbiamo nessuna empatia col mondo, quello degli umani come quello della natura.
È una frontiera da abbattere: politica, sociale, psicologica, linguistica, grammaticale. È la grammatica che usiamo per descrivere il mondo che deve liberarsi dei suoi limiti e poter dire la nostra schiavitù in maniera collettiva. Una grammatica che sia associativa e solidale. Infinitamente politica.

venerdì 29 marzo 2013

Storie di Negri, Storie da Bianchi: Django si è davvero liberato?



Prima di tutto, è così che i problemi si pongono a Mayotte [donna di colore] – all'età di cinque anni e alla terza pagina del suo libro: “Lei tirava fuori il calamaio dal suo banco e glielo scaraventava sulla testa, facendogli una doccia.” Era la maniera tutta sua di trasformare i Bianchi in Neri. Ma si è resa conto ben presto della vanità dei suoi sforzi; e poi ci sono Loulouze e sua madre che le hanno detto che la vita, per una donna di colore, è difficile. Allora, non potendo più annerire, non potendo più negrificare il mondo, cercherà nel suo corpo e nel suo pensiero di sbiancarlo.

Qualsiasi popolo colonizzato – cioè qualsiasi popolo in seno al quale è sorto un complesso d'inferiorità, a causa della demolizione dell'originalità culturale locale – si situa di fronte al linguaggio della nazione civilizzatrice, cioè della cultura metropolitana. Il colonizzato sarà tanto fuggito dal proprio pantano quanto più si sarà appropriato dei valori culturali della metropoli. Sarà tanto bianco quanto più avrà rigettato le sua nerezza, il suo pantano.

Frantz Fanon, Peau noire, masques blancs.

Guardando Django Unchained di Quentin Tarantino un paio di settimane fa al cinema, ho pensato a Fanon e alla sua maniera di descrivere la dominazione subita dal negro colonizzato. Certo, Fanon è un intellettuale e psichiatra e in Peau noire, masques blancs parla dei neri delle Antille e del loro rapporto alla Métropole, la Francia. Leggere Tarantino attraverso Fanon può essere in parte fuorviante.
Eppure, quando il Tedesco (ah, piccola nota: io ho una cattiva memoria; a parte Django, i nomi degli altri personaggi li ho dimenticati. Quindi siate comprensivi e accettate la semplificazione: il Tedesco è il (finto) cacciatore di taglie, Di Caprio è il grande proprietario terriero, il Servo è il servo di Di Caprio, etc.).
Quando verso l'inizio del film il Tedesco libera Django e gli dà la possibilità di scegliere il suo abbigliamento, Django, incredulo della possibilità di scelta che gli è stata data, si veste come un colonizzatore schiavista francese di un secolo e mezzo prima: velluto blu, bavero bianco. Di fronte a questa scena, Fanon mi è saltato alla mente e non ho potuto fare a meno di interpretare Django Unchained come un film sull'impossibilità di liberarsi da una dominazione totale imposta ad un gruppo, in questo caso gli schiavi neri.
Django è un gran bel film. Si spara e c'è violenza come in un buon western. Tanti morti, tutti ammazzati da un eroe per il quale simpatizziamo dall'inizio alla fine, quando trionfa. Per di più, la violenza in Tarantino è neutralizzata (quasi) totalmente: è splatter, non fa paura e la fotografia rende le immagini più vicine alle pagine di un fumetto che alle scene di un film.
In un paio di momenti, però, la fotografia cambia e la violenza inquieta realmente lo spettatore. Si tratta dei ricordi di Django che ripensa alla sua fuga con Brumhilde, alla cattura, alle sevizie subite. Quelle scene non sono più le pagine di un fumetto, ma delle scene quasi documentaristiche, come a dire: certo cari spettatori, noi qui ci stiamo raccontando una storia, una finzione, ci stiamo divertendo, ma ricordatevi che queste cose succedevano/ono davvero.
Django non è un film storico. Tarantino ci aveva già abituato a delle finzioni ispirate a degli eventi storici scottanti. Ed è, a mio avviso, su questo statuto di finzione storica (nel senso di sconvolgimento narrativo, fittizio della Storia) che bisogna riflettere. Tarantino prende degli eventi storici e li manipola, li stravolge, prende i vinti e gli fa compiere una vendetta violenta, catartica e spettacolare. Come piace a noi.
Invertire il corso della Storia attraverso la finzione è una maniera di riflettere sulla Storia. Manipolarla non significa immaginare come ci sarebbe piaciuto che andasse, ma rappresentare, cioè interpretare le dinamiche storiche e mostrarle. Una finzione storica, nel caso di Django Unchained, è un film che riflette sulla schiavitù dei neri negli States e prova a dirne le dinamiche. Insomma, questa finzione è un'astrazione, una sega mentale che, per una volta, non è noiosissima e ci tiene incollati allo schermo per tre ore. Roba paradisiaca.
Django non è un eroe negro. Se gli amici della negritudine avessero visto questo film qualche decennio fa, forse l'avrebbero criticato alla grande. E in molti l'hanno fatto oggi. Ciò che scandalizza è proprio il fatto che Django non riscatta i negri. La sua vendetta è tutta personale, egoista e individuale, come ha messo in evidenza un mio caro amico su un blog fighissimo. Django, anzi, decreta la morte di un altro negro. Pare proprio che voglia distinguersi dagli altri neri al punto che, prima di ammazzare il Servo alla fine del film, dice di essere quell'uno su mille negri a cui Di Caprio accordava l'intelligenza. In Django nessuno spirito di “classe”, cioè di “razza”. Sembra che gli stessi schiavi neri, vedendolo a cavallo, siano d'accordo con Di Caprio: se quell'uomo è a cavallo, o è un Bianco o il mondo va alla rovescia.
La divisione del mondo nel profondo Sud pare fatta così: ci sono i Bianchi e ci sono i Negri, gli schiavi, come c'è la Terra che gira intorno al Sole. Django non può essere il liberatore dei Negri perché il Negro condivide, interiorizza la dominazione che subisce, perché su quella dominazione si fonda l'ordine sociale, l'organizzazione del mondo in ascisse e coordinate, il posto che ognuno di loro (di noi) occupa nel mondo. È una dominazione che è incorporata da tutti, bianchi e neri, e che genera delle disposizioni insormontabili. Insomma, che un negro vada a cavallo fa parte della sfera dell'impensabile.
Il padre di Di Caprio avrebbe potuto morire, un giorno qualsiasi, sotto il rasoio di un negro che gli faceva la barba ogni mattina sotto il portico della villa. Eppure, lo schiavo non gli ha mai tagliato la gola. E perché avrebbe dovuto? Lo schiavo è schiavo perché non sa di essere schiavo. E non credere che questo non ti riguardi.
Il Negro, insomma, non può liberarsi in quanto Negro perché la dominazione che subisce è totale e non lascia spazio alla rivolta. Django, infatti, finché è un Negro non si prende nessuna libertà. La sua libertà è condizionata, prima di tutto perché è il Tedesco che gliela dà, anzi, che gliela vende in cambio dell'aiuto ad ammazzare quei tre farabutti le cui foto erano stampate sull'avviso di ricerca (falso). Ma, dopo quell'affare, Django proprio non sa come gestirla la sua libertà perché, in ogni caso, un posto per un Negro libero nel mondo in cui vive non è previsto. Quando allora il Tedesco gli propone di passare una stagione di caccia (di taglie) con lui, Django non è libero ed accetta. Sono i rapporti di forza che scelgono per lui.
È da questo momento che iniziano le peripezie di Django per giungere fino ai terreni di Di Caprio con lo scopo di liberare la sua Brumhilde. È da questo momento che Django comincia il suo cammino verso la libertà, in quanto eroe di una favola popolare tedesca e protagonista di una commedia teatrale di cui il Tedesco (e non Django) è il regista. E questo percorso di libertà è prima di tutto un percorso di sbiancamento. Django deve sbiancarsi. Va a cavallo, diventa un negriero, fa ammazzare qualche negro qua e là. Ma, soprattutto, Django impara a parlare come un bianco.
Fanon, nella seconda citazione, attribuisce una grande importanza al linguaggio. Il linguaggio è la dimensione principale in cui la dominazione del Bianco/dominante si esercita sul Negro/dominato (come ogni dominazione). Il Negro non ha altra scelta che quella di incorporare, interiorizzare il linguaggio del Bianco, la sua organizzazione linguistica del mondo. Per lui, ormai, la sola maniera di migliorare la propria condizione è quella di parlare come il Bianco, meglio del Bianco.
Il solo momento in cui Django si prende la sua libertà da solo? Pensateci un po'... Verso la fine del film, quando il colpo da Di Caprio è andato a puttane, il Tedesco e Di Caprio sono morti e lui è portato in catene verso una miniera. Come si libera? Non spara un colpo (cioè, fino a un certo punto). Django si libera con la parola. Racconta ai tre carcerieri che lo scortano la storia di una banda di criminali sulla cui testa c'è una taglia e che si trovano nella villa di Di Caprio. Tira fuori allora l'avviso di ricerca che gli aveva dato il Tedesco e aveva tenuto in tasca. Illustra ai tre allocchi la convenienza e la facilità dell'affare e li convince perché, come dice uno di loro, Django “parla come un bianco”.
E non solo parla come un bianco, ma addirittura racconta delle storie, delle finzioni come un bianco. Da protagonista diventa regista, come il Tedesco.
Ricordiamo che non solo il suo racconto ai tre sbirri è falso, ma lo stesso avviso della taglia è falso così come lo erano tutti gli avvisi del Tedesco. E questo gliel'aveva detto, a Django, lo scagnozzo di Di Caprio quando stava per tagliargli il pisello. Il Tedesco, un personaggio estremamente teatrale, gli aveva raccontato tante, tante storie, tante finzioni e l'aveva diretto in queste commedie.
Ora Django ha imparato a raccontare storie altrettanto bene, proprio come un Bianco, e forse meglio. È grazie a questa arte di raccontare storie che può prendersi adesso la propria libertà. Questo è un passaggio importante, meglio essere chiari: la libertà di Django passa dalla sua capacità di apprendere dal bianco la maniera di raccontare, di dire il mondo. Dalla sua capacità, insomma, di integrarsi (termine di attualità...).
Elaborare una finzione è la patente per la libertà. La dominazione non può finire se non all'interno del racconto che il Bianco fa del mondo. La dominazione, insomma, non è sradicata e non può esserlo. Tarantino sembra esserne convinto. Il suo film ci dice che la Storia dei Negri, la storia di una dominazione totale non può essere raccontata che nei codici dei narrativi dei Bianchi.
Come si racconta la liberazione di Django, con quali generi? Uno più evidente, gli altri meno marcati. Il primo è ovviamente il genere cinematografico del western. Il secondo, a cui si fa allusione ma che fonda l'intrigo di Django, è quello della favola tedesca: un eroe, una serie di peripezie e di prove che deve oltrepassare, la vittoria e il premio che, generalmente, consiste nella liberazione dell'amata. Il terzo, il teatro: Django è un attore al servizio del Tedesco, regista di una commedia continua.
Tarantino si è fatto una domanda: come rappresentare la Storia della dominazione schiavista? Quale margine ho, io narratore bianco, di raccontare una storia di uno schiavo nero? Tarantino si è risposto che questo margine di narrabilità non gli è concesso (salvo a voler fare un film come Ken Loach). Quel che ha potuto fare, invece, è stato riflettere sull'impossibilità di rappresentare la dominazione schiavista al di fuori di questa stessa dominazione. Ha riflettuto sulle possibilità che ha il linguaggio di rappresentare ciò che il linguaggio stesso, nella sua radicazione sociale, non permette di rappresentare. Rappresentare l'irrappresentabilità dell'impensabile. Insomma, Django Unchained è un film metanarrativo, anzi metanarrabile. Ed è, secondo me, soprattutto per questo che il film ci piace.
Siamo d'accordo con Tarantino oppure no? È possibile oppure no la creazione di un discorso che evada la dominazione e la rinversi? È possibile oppure no una rivolta, una rivoluzione?
Ciò che Tarantino sembra trascurare è la possibilità di qualsiasi azione collettiva. Il suo universo è individualista e non concepisce la solidarietà e l'associazione di individui. La prospettiva di Frantz Fanon è radicalmente differente, soprattuto ne I dannati della terra, scritto dopo essersi impegnato al fianco del Fronte di Liberazione Nazionale algerino durante la guerra d'Algeria (1954-62). Lo psichiatra di origine caraibica amplia la sua teoria per cui il colonizzato è dominato psicologicamente dal colonizzatore: la sola maniera per liberarsi da quest'ultimo è di ucciderlo, altrettanto violentemente quanto è violenta la dominazione coloniale. Questo processo violento di decolonizzazione non può essere che condotto collettivamente, al livello della comunità colonizzata. In effetti la dominazione è collettiva e solo collettivamente le si può sconfiggere.
Abbiamo bisogno di un Django che sia tutti noi. Quello di Tarantino, effettivamente, non lo è. È importante riflettere su un discorso comune, un immaginario condiviso che sia capace di ri-raccontare il mondo, di ricrearlo, di rimodellarlo per migliorarlo, insieme e in modo solidale, per ribaltare la dominazione di cui siamo schiavi senza saper leggerla.

venerdì 25 gennaio 2013

Fantapolitica. Se fossi il ministro dell'Istruzione.


Se fossi il Ministro dell'Istruzione, sarei molto meno cattivo di tutti i ministri che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Tutti a dire che la coperta era troppo corta e che gli insegnanti e che gli insegnanti non lavorano mai abbastanza: lavora!, lavora! Io non sono d'accordo e faccio una proposta.
Il mestiere di insegnante è faticoso: vi immaginate tutti i giorni con venti (venti, ma che dico venti?!, ormai trenta, quaranta, cinquanta!) bambini in classe? Che non vedono l'ora che suoni la campanella per gridare, correre o scoreggiare? Scommetto che l'80% di voi avrebbe un esaurimento nervoso al terzo anno di lavoro. Io dico una cosa: che un insegnante non è un supereroe dei fumetti, come Batman o Superman, e neanche quelli dei videogame, come Super Mario. Insomma, è una persona normale, che invecchia, come invecchiano le sue capacità, i suoi saperi, e così via. Per questo ogni cinque anni un insegnante dovrebbe fermarsi per un anno, stare lontano dai bambini e dai ragazzi, incontrare gli insegnanti di altre parti d'Italia, aggiornarsi, rimettersi in discussione e, eventualmente, correggersi. Io credo che anche i ragazzi sarebbero più contenti di non vedere più insegnanti un op' esauriti e che hanno perso il senso di quello che insegnano da vent'anni. E tutta la società crescerebbe meglio, insieme e più pacatamente. Pensate che cambiamento...

venerdì 18 gennaio 2013

Nascita di una nazione

-->
Piccolo dialogo teatrale per un esercizio di riscrittura di alcuni motivi shakespiriani. Due personaggi femminili, Lady Lavinia e Margareth.

Lady Lavinia: Margareth, vieni Margareth...! Margareth, cosa ne pensi di questi bicchieri? Non credi che il vino si rifletta male sul vetro e appaia troppo scuro?

Margareth: No, Lady Lavinia. In questo tipo di bicchieri il vino somiglierà a del sangue vivo.

L.: E i piatti, non sono troppo larghi?

M.: No, mia signora, li riempiremo di carne a sufficienza...

L.: Bene, e tra quanto tempo i preparativi per il pranzo di benvenuto saranno pronti ?

M.: Tra non molto... Quando ho lasciato la cucina Grace e Mary dicevano che la carne era pronta. E adesso stia seduta, signora. La vita che vive in lei è stanca. Si sieda. Durante il pranzo io le servirò un bicchiere di vino: lo beva, per dare forza al bambino. Ma beva solo il vino che io le servirò.

L.: Grazie, Margareth. Tu e Grace e Mary siete la mia forza. Durante questi anni, voi siete state la mia gioia, le mie amiche, le mie amanti. Grazie.

M.: Al suo servizio, mia signora.

L.: Sei anni, Margareth...

M.: E sei mesi e sei giorni...

L.: Stamattina mi sono alzata e ho pensato a questi ultimi sei anni. Questa casa ha visto il suo padrone... quante volte? Cinque, sei volte? L'uomo che ha costruito questa casa intorno al nostro letto. Ora sta tornando e il vino scorrerà su questa tavola come il sangue dei nemici sul campo di battaglia.

M.: La tavola sarà un fiume rosso, signora.

L.: Sei colpi, Margareth. Delle ferite dal braccio al cuore. Ed ha scelto di restare sul campo di battaglia, nonostante le ferite. Non è morto e il suo potere non si è indebolito. Si è accresciuto.

M.: Lei non era ancora incinta, signora. Un uomo di potere non può lasciare questo mondo senza una successione. Soprattutto se il successore deve essere glorioso.

L.: Quando i dottori dissero che non potevo dare la vita a nessuno...

M.: I dottori posseggono solo la metà della conoscenza. E lei aveva bisogno dell'altra metà.

L.: Mi avete cercato.

M.: Il destino del suo popolo e di suo marito lo richiedeva.

L.: Sopravvivrò al parto?

M.: Non dipende da noi, ma da Lui. Egli è l'unico padrone del suo corpo e della sua anima.

L.: E che cosa dice? Dopo la mia morte, non tradirà mio figlio?

M.: No, mia signora. Non tutti i figli hanno bisogno di succhiare il latte dal seno della madre.

L.: E mio figlio glorificherà sempre il padre?

M.: Il nome di suo padre sarà il nome del paese che fonderà.

L.: E il paese prolifererà come ho chiesto a Lui?

M.: Il suo sacrificio sarà stato un prezzo onesto. Suo figlio non sarà un soldato, come suo padre. Le sue mani rimarranno pulite, linde. Non avrà il potere delle armi, ma quello del linguaggio. Il padre ha ucciso con la violenza, il figlio ucciderà con le parole. Avrà dodici figli, da dieci donne differenti. I suoi figli prolifereranno su un territorio conquistato, fonderanno delle colonie e le colonie diventeranno un paese, un paese glorioso. Questo è il Suo volere.

L.: Oh Margareth, se ancora avrò la forza di ricordare dopo la mia morte, mi ricorderò di te.

M.: E così sia, mia signora.
Ma questo non è il momento d'addio, ma di benvenuto. Suo marito sta arrivando. Mi scusi, devo lasciarla...
Grace, Mary, il vino, il vino, prendete il vino e versatelo nei bicchieri. Abbondanza nella casa in cui sta per nascere il Padre di una Nazione!

sabato 5 gennaio 2013

Fantapolitica. Se fossi il Ministro dello Stato Sociale.

-->
Se io fossi il Ministro dello Stato Sociale o del Welfare, come si dice da un po' di tempo, farei una legge a favore dei genitori e dei figli. I figli, infatti, non sono dei sacchi di patate che, a lasciarli a casa o a scuola tutto il giorno, tutt'al più nasce qualche rametto bianco. I figli sono qualcosa di serio, che richiede tempo e responsabilità. Quello che mi chiedo è: se non ci sono nonni, zii, cugini, amici, baby-sitter, tate, tante, nutrici, nutrie, cagnolini o scoiattoli che possono prendersi cura dei bambini, con chi restano questi ultimi mentre tutti e due i genitori lavorano? Chi li porta all'asilo, ops!, alla scuola dell'infanzia, al nido, in questo o in quest'altro posto? E chi li va a riprendere? Li lasciamo lì per strada? Chiediamo alla maestra di portarli a casa con lei e li passiamo a prendere la sera alle 9 quando finiamo di lavorare? Io direi di no, mamma e papà sono mamma e papà, la maestra è la maestra. Quindi, sentite un po' che cosa proporrei in questa prima puntata della nuova fantapolitica: che tutte le coppie con figli in cui entrambi i genitori sono lavoratori abbiano diritto a una riduzione retribuita della giornata lavorativa. Per esempio direi che uno dei due genitori, che sia il maschietto o la femminuccia, può lavorare un'ora in meno al giorno quando il o i figli(o) ha(nno) meno di 5 anni ed essere pagato, per quell'ora, all'80%. Per chi avesse bisogno di una seconda ora di riduzione dell'orario, questa seconda ora io gliela pagherei al 70%. Una terza? Io la pagherei al 50%. Una quarta? No, una quarta forse no...
Ma chi le paga queste ore? Già, chi deve prendersi il carico di spesare un tempo non lavorativo e che viene dedicato alla cura dei bambini? L'azienda? Il padrone? Non è detto che sempre ce la faccia e non sono neanche sicuro che sarebbe del tutto giusto. Certo, un contributo dovrebbe darlo: se un suo lavoratore/trice riesce ad educare adeguatamente i suoi figli, non è vantaggioso anche per lui o per chi lo circonda? Che ci siano bambini che crescono bene, sani, educati ed intelligenti è un bene per tutta la società, non solo per i genitori. Io, quindi, direi che tutta la società deve occuparsene. E che tutta la società deve prendersene carico. In che modo? Grazie allo stato, che sia uno stato sociale. Ecco, se io fossi il Ministro, direi che lo Stato Sociale dovrebbe prendersi cura dei bambini che nascono e aiutare i genitori ad occuparsene. Pensate come si riempirebbero di bambini le nostre strade...

sabato 15 dicembre 2012

L'Aquila (esercizio di trasposizione delle streghe di Shakespeare, MacBeth).

-->

Two characters: Mr. Wilson (W), the chief of police, and Mr. Bradbury (B), the president.

B: Welcome Wilson.

W: Good morning Mr. Bradbury.

B: Come in, sit down. So, tell me.

W: So, uhm... it's not easy... you know, last week, you told me that I had to create, to do, well, to put pressure on them and...

B: Yeah, I know, so go ahead...

W: So, I placed some policemen at the entries of the camp zone. They have cars and weapons and guns, as if we were at war.

B: Well. And what did the people say?

W: Some of them said that it was not fair, that it were not normal to be held captive by the army after these events and they didn't want to stay forever in their camp, but... this is not the point.

B: And what's the point?

W: The point is that we brought people under control, we divided them into several camps and put policemen and the army around the camp and around the destroyed town too. But... someone is still living in the town.

B: Ok, and did you find him yet?

W: No, we didn't find it; or, yes, I found it, but I didn't catch it, I didn't may catch it.

B: Good, you will keep looking and when you do find him you'll explain to him another time that he has to play safe, that it's dangerous to stay in town and that we must take him to the camp. I can picture him, the kind of old man who doesn't want to leave his flat, his cat and, maybe, his books. So, let him understand that he must follow you...

W: No, sir. It's not accurate, I think. It's not a man. It's not somebody... They are not one and they are not...

B: Animals? I don't care about animals. The question is that people must stay in the camp and they have to feel protected.

W: No, sir. Listen... Two days ago a soldier who was guarding a little access to the town broke his leg because of these beings. He saw someone walking in the street, so he followed it crying “stop!”, “alt!”, but when the soldier turned the corner, the subject had disappeared. The soldier called him, “Hey man! It's dangerous, bricks and tiles could fall on you!”. But a big rock arrived on him as a bowling ball and he fell down. He also told that he saw its coat disappearing behind a wall.

B: Uhm...

W: I immediately started the search for the man, or what we believed was a man. We were ten men searching in the town. At the same time, two men saw him, with the same aspect: black coat, long black hair. My men tried to follow them, but they failed. I remained lonely in the main square and I saw it, the fugitive, behind a column of the town hall's archway, or what remains of it after this big earthquake. But when I arrived under the archway, it wasn't there anymore and I just had the time to avoid a block of marble. After that, I saw it walking towards a street.

B: What a story you tell me... in the army you use too much drugs.

W: No, sir. It was not an hallucination.

B: But, when you evacuated the town, nobody remained. We just counted dead persons or refugees in the camps. There wasn't any missing person...

W: You're right. No missing persons. But the beings whom I'm speaking of are not survivors nor missing.

B: What's your ghost story, Wilson!

W: Listen to it, sir. I saw it walking towards a street on the right side of the town hall. I followed it and it turned to the left, then took a right and a left again. When I got there it had disappeared. I waited and he came back and looked to me. I saw its face and it wasn't a human face. It looked like a woman, but it wasn't. It was looking at me and I thought that it was going to kill me just by looking, with its white empty and deep eyes. Its face was marked by too many winters, as many winters as death saw. No, sir. It was not human. It began running again towards the destroyed and deserted town and I followed it, but I couldn't catch it. I was exhausted. I followed it within the medieval centre town and in all dead-ends and streets. I followed it, and I had the impression that it passed through walls and changed place without moving. I followed it for the whole day and the night came down; I followed it for the whole night and the dawn came up. I followed it for another day and another night and it never stopped, this creature of ruins. I followed it to the church. Sunshine entered yet by the fallen roof and the altar had never seen so much light. It came down and I rejoined it in a dark crypt. There, I saw them, the three beings, around an altar and a tabernacle and between columns. I saw them, Mr. Bradbury, I was in front of them, three inhuman beings and I was afraid, terrified of dying. I spoke as if it was the last words I would said: “What are you?”
“Just voices, Wilson. Just voices. We are the lost souls of this dead town. Bradbury is the new king of a new town, another dead town, that he built up with his business men. And you assure his power on people. But he will let you down, Wilson. He will ask you to put more and more pressure on people, he will ask you to kill people. He will ask you to be a cruel warrior. Than, he will punish you for your misfortunes. He will appear to people as the clement and estimated liberator. And you, oh Wilson, what a bad fate... Bradbury will let you down. You are just a tool, Wilson”.
That's what they said, Mr Bradbury.

B: This is literature, Wilson. What's your strategy?

W: I don't care if this is fiction or not, Mr Bradbury. But the oracles have spoken and events can't keep going as they were before their speech. So, I propose you a strategy. I will put more pressure on people, as you want. I will kill people, as you want. I will perform your terror strategy and I'll let you punish me. But, just on one condition: the punishment will be a fiction, a novel, a tell story. I'm tired, Mr Bradbury. I'm not interested in glory. I just want to live peacefully in this island not far from Sardinia where I'm trying to buy a villa. I let you the glory, you assure to me the villa and a private income. It's not a fiction, Mr Bradbury.

venerdì 9 novembre 2012

105 Grotte Celoni Termini

-->
Ripercorrere per la seconda volta nello stesso giorno il tragitto del 105 non era una cosa abituale per te. Giardinetti, Centocelle, Torpignattara, un'ora di semafori, di macchine di traverso, di strade troppo strette e persone troppo incazzate. Ripercorrere per due volte nello stesso giorno quel percorso significava avere qualcos'altro da fare in città oltre al lavoro, il solo lavoro che eri riuscita ad ottenere dopo mesi di ricerca e che la tua laurea in ingegneria meccanica era riuscita a darti in Italia, cioè donna delle pulizie, anzi la signora che rifà i letti, perché così il concierge non aveva l'impressione di sporcarsi la bocca con quelle parole che parlavano di te.
Ripercorrere per la seconda volta nello stesso giorno il tragitto che ti portava dal quartiere al centro di Roma significava avere qualcos'altro da fare in città oltre a pulire le stanze di un hotel di lusso sporche degli stessi liquidi e delle stesse secrezioni di qualsiasi altro hotel, in cambio di tre euro all'ora, delle avances di quel congierge che aveva passato i due terzi della sua vita in réception e di nessun contratto. In città, ci avevi portato qualche volta i tuoi figli, con un pallone e un passeggino, a Villa Borghese, passando dall'hotel per non perderti, ma dopo che ti eri fatta fermare da quel carabiniere e ti eri sentita gli occhi di tutti puntati addosso non ti sentivi a tuo agio e preferivi restare nel quartiere.
Erano pochi i motivi per cui si andava in città, a parte un cattivo lavoro in ambienti di lusso. E se non si andava a lavoro, o si andava a Termini oppure c'erano rogne. Mentre il 105 tagliava in direzione della Prenestina sul Ponte Casilino, pensavi da una parte che i ragazzi del Circolo degli Artisti non ti avevano più chiamata per dare una passata ai vespasiani la domenica mattina, dio santo che puzza, e dall'altra che, nel tuo caso, erano rogne. E pensavi anche che, questa volta, te l'eri meritate.
Mentre il mezzo sul quale viaggiavi ti avvicinava, per la seconda volta nello stesso giorno, alle mura aureliane, ripensavi al discorso che ti eri preparata, alla scaletta, a quelle tre o quattro frasi e parole chiave che ti sembravano convincenti, da dire davanti a quelle persone, dio sa in quanti ti aspettavano; macché aspettare, chissà se si presenteranno.
E mentre cercavi di riflettere al futuro prossimo, imminente, il ricordo di qualche giorno fa, quando ti sei cacciata in quel pasticcio e non hai saputo tenere la bocca chiusa, è ancora fresco. Ti mordi la lingua e ti dici che è la prima e l'ultima volta che ti prenderai questa responsabilità e che se dovesse andare male, meglio cosi': non ci sarà più da tornarci, in città. Se non per lavoro.
Ti mordi ancora la lingua e pensi che, tutto sommato, è una buona occasione quella che ti si presenta e che dovresti sfruttarla, per il bene di tutti. Pensi anche che potrebbe essere una trappola, di quel consigliere, quel giovane di cui non ti sei mai fidata, che è venuto a parlare nel quartiere qualche settimana fa e per colpa del quale ti sei cacciata in questa situazione. L'avvocato delle cause perse, te l'ha detto tuo marito, ti sei messa a fare l'avvocato delle cause perse, come se non ne avessimo già abbastanza.
Non ti sei mai fidata di quel ragazzo, e fai bene, ti direi io. Uno che va da gente che non puo' votarlo, o è un fesso, o ha secondi fini.
Ma quando i ragazzi di quel centro sociale in fondo alla strada, la stessa lunga strada lungo la quale si trova il casermone in cui un ufficio del comune ti ha assegnato un alloggio popolare, a 12 km e un'ora mezza dal centro, cioè dal tuo posto di lavoro, e in cui vivi da non sai più quante manciate di anni, abbastanza per aver ripulito il tuo italiano da qualsiasi accento sgradevole alle orecchie del concierge e qualche migliaio di cessi sparsi tra piazza Fiume e Circo Massimo, i ragazzi del centro sociale hanno organizzato un'assemblea di quartiere e te l'hanno fatto sapere tramite un volantinaggio selvaggio in tutte le cassette della posta e un attacchinaggio che puzza di colla a tutte le fermate degli autobus, compresa quella dove scendi ogni giorno di ritorno dall'hotel a cinque stelle dove di mestiere fai la signora che rifà i letti. Fai una telefonata a tuo marito per dirgli di scaldare quel paio di avanzi dell'Aid che trova in frigo, sul secondo ripiano dal basso, in fondo a sinistra, stanno lì da due giorni, bisogna mangiarli comunque, e gli spieghi che avresti fatto un salto all'assemblea, per vedere, sentire, sì, insomma, sapere cosa si dice.
Visto l'attacchinaggio e il volantinaggio, t'aspettavi un'affluenza più numerosa e invece in quello stanzone non c'è maniera di passare inosservati. E meno male, perché lo stanzone non sarebbe mai stato abbastanza grande se soltanto un'ala intera del casermone in cui abiti fosse andata all'assemblea.
Se soltanto ci fossero stati più partecipanti, ti dici a bordo del tuo 105 con i cui sedili hai ormai familiarizzato, avresti forse avuto qualche possibilità in meno di intervenire e qualcuna in più di startene in silenzio. Come tuo marito ti rimproverava di non aver fatto. Così, quando quel giovinotto dai capelli biondi, il jeans strappato e gli occhiali vi spiegava (parlando in un italiano storpiato, adattato a voi stranieri, tanto che a un certo punto hai pensato che fosse un po' dislessico) che c'era la maniera di far sentire la propria voce in comune, che c'era un'iniziativa dell'opposizione, accettata dalla maggioranza, di aprire le “consultazioni di quartiere”, una sorta di organo consultivo in cui i cittadini prendevano la parola per spiegare i problemi del proprio quartiere, fare richieste, lamentele, proposte, e cosi' via.
Appena uscita dall'assemblea, ti sei detta che questi organi consultivi non servono mai a nulla, sono dei finti eventi politici che guadagnano un paio di colonne sui giornali locali un paio di volte alla settimana e un paio di virgolettati per qualche candidato, e che tutto si risolve in un insieme di cartastraccia senza seguito. Ti dici anche gli altri l'avevano già capito e avevano fatto bene a disinteressarsi della cosa, a dire che era ora di tornarsene a casa dopo un giorno di lavoro. Ti dici anche che non avresti dovuto essere così caparbia nel dire che almeno una volta, almeno quella volta che la parola ci veniva data, per la prima volta, dopo che il loro quartiere era conosciuto solo per i tunisini che spacciano, per i rumeni che stuprano, per le donne che non si tolgono il velo, per i senegalesi che s'incazzano per i permessi di soggiorno, per questo o per quest'altro che scrivono ogni giorno i giornali su di noi senza essere mai venuti a chiederci cosa ne pensassimo; almeno una volta, questa volta che il nostro avviso veniva chiesto e che questo ragazzo di un qualche partito di sinistra che vi trattava bonariamente come dei deficienti temendo che non capiste né la lingua italiana né la democrazia (o qualcosa che ci si avvicina ogni giorno di meno in questo paese), almeno questa volta non bisognava scomparire come ogni giorno fanno gli immigrati in questo paese e che bisognava presenziare, rappresentare.
Ed essendo l'unica di questo parere, tutti concordarono in plebiscito che la rappresentante dovessi essere tu, ad andare e portare il loro avviso, senza che nessuno te l'avesse dato. A rappresentare tutti, senza che nessuno ti chiedesse di essere rappresentato.
Mentre arrivavi a Termini, ripetevi il discorso a memoria, come concordato con i ragazzi del centro sociale. Le due tre frasi convincenti, e le parole, che ti eri preparata erano ben fisse nella memoria. Cercavi di immaginare le facce delle persone che ti avrebbero ascoltato e te le immaginavi tutte come quella del concierge, cioè gonfie. Immaginavi, o forse me li sto immaginando io, la faccia di tutti quegli uomini: il segretario del consiglio comunale, qualche consigliere e una manciata di tecnici, più una troupe di giornalisti di un paio di agenzie e qualche testata, insomma, la faccia di tutti quegli uomini guardarti perplessi, non sapendo come prenderti.
Cercando il nuovo autobus hai controllato che la tua borsa fosse ancora chiusa e che la camicia stesse composta sotto la cintola dei pantaloni. Controlli come sei vestita per l'ennesima volta, anche ora che non puoi più cambiarti, e ripensi a quel giorno durante il tuo primo mese di lavoro, quando il concierge dalla faccia gonfia e sudata ti ha chiesto perché non ti mettevi il velo, Mara, perché non te lo metti il velo. Ti eri ormai abituata al nuovo nome che a Roma ti avevano affibiato perché erano troppo pigri per chiamarti come si deve, Rahma, senza invertire le sillabe (non dico metterci pure un'acca aspirata). Ti eri ormai abituata a tante cose, come il 105, ma quella domanda sul velo non l'avevi capita e non avevi risposto. Ma te ne saresti resa conto presto, cara Rahma, che gli italiani si aspettano da una donna marocchina (e l'equazione dice: quindi araba, quindi musulmana) che sia fedele, casalinga, sottomessa e col velo. E vaglielo a spiegare che le donne della tua famiglia, da generazioni, portavano i capelli sciolti, senza foulard, turbanti, cappelli, cappucci o altri copricapo d'ogni tipo.
Vaglielo a spiegare, vaglielo a spiegare, Rahma. Vaglielo a spiegare a questi uomini che non sanno neanche ascoltare le donne con cui si vedono da anni tutti i giorni. Vaglielo a spiegare a questi uomini che non sanno ascoltare. Vaglielo a spiegare a questi uomini che non hanno mai abbandonato la propria réception per paura di cambiare idea e di cambiare se stessi.
Ma sto parlando io, Rahma. Sto parlando ancora io, Rahma.