martedì 6 agosto 2013

La molteplice discriminazione: il razzismo, la Kyenge e il resto della società



Il caso delle aggressioni nei confronti della ministra Cécile Kyenge ha recentemente rivelato come il razzismo sia, in Italia, socialmente accettato, condiviso e promosso. Tuttavia, c'è secondo me un errore di analisi del fenomeno. L'errore è di considerare il razzismo come un fenomeno in sé, slegato da problematiche di altro tipo. Basterebbe quindi dire “il razzismo è odio ingiustificato” per vincerlo. Mentre invece bisogna criticarlo più profondamente.
Mi spiego. Ho imparato che il razzismo non è semplicemente “odio di razza” nei confronti di chi è diverso da me. Il razzismo non esiste in sé, isolatamente, ma all'interno di una società, in cui le divisioni e le discriminazioni sono molteplici: di etnia, ma anche di sesso, di classe, generazionali, culturali. Il razzismo interagisce inevitabilmente con queste divisioni, è incastonato nell'insieme delle gerarchie che organizzano la società e trae forza da esse.
Il caso della Kyenge lo illustra bene. In particolare nei mesi scorsi c'è stato un episodio particolarmente rivelatore di questo incastonamento sociale del razzismo. È il caso della polemica del politologo Giovanni Sartori che, in un articolo sul Corriere della Sera del 17 giugno, se la prendeva con la Kyenge in quanto “incompetente” sul tema dell'integrazione.
L'articolo di Sartori
Il politologo Giovanni Sartori
L'articolo è un insieme abbastanza delirante di considerazioni assemblate senza coerenza alcuna. Possiamo tuttavia individuare tre argomenti principali. Il primo è che la Kyenge, in quanto medico oculista, non è titolata a occuparsi di integrazione: cosa ne sa lei? La sola prova addotta dal politologo a supporto di questa sua opinione è che la ministra probabilmente non ha “letto il [suo] libro Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei, e anche un [suo] recente editoriale” sul Corriere. Il secondo argomento è che lo ius soli è storicamente adottato dai paesi sottopopolati (bisognosi di ripopolamento) e non da paesi del Vecchio Mondo (cosa non vera, vista la Francia), le cui condizioni economiche non lo permetterebbero. In effetti, l'Italia è, sempre secondo il professore, ormai satura, afflitta da una grande disoccupazione giovanile e gli immigrati non possono che peggiorare la situazione; al punto che Sartori lega come la causa all'effetto il fatto che il numero di imprenditori immigrati cresce, mentre gli italiani falliscono. Dato, però, non supportato da niente. Sarebbe quindi un errore della sinistra questa apertura “terzomondista” (il PD?!) nei confronti degli stranieri. Il terzo argomento è più sostanziale. Sartori afferma che l'Italia non è un paese meticcio e non può esserlo: solo i paesi sudamericani lo sono. Dice precisamente che la Kyenge dovrebbe comprarsi con i soldi che le passa lo Stato “un dizionarietto di italiano” per cercare la parola “meticcio”. Inoltre cita, senza giustificare il paragone con l'Italia di oggi, il caso dell'India che, durante il processo di decolonizzazione, ha vissuto una divisione tra indù e musulmani tale da dover fare una secessione e creare un nuovo stato, il Pakistan: questo sarebbe un esempio dell'ineluttabile disintegrazione che governa il mondo, frantumato com'è in blocchi di civiltà religiose che si scontrano (non dimentichiamo che Sartori frequenta da anni l'accademia americana, da cui proviene la tesi dello scontro di civiltà di Huntington, tesi storica e ideologica che ha fondato la politica estera delle presidenze Bush e la visione neo-conservatrice del mondo).
Questi argomenti sono, evidentemente, molto deboli e il tono di Sartori è molto polemico e poco incisivo. Insomma, l'articolo è scritto particolarmente male, anche peggio degli articoli che appaiono abitualmente su un giornale come il Corriere. La direzione del quotidiano deve essersene accorta, al punto da declassare il pezzo dalla colonna di sinistra, quella degli editoriali, alla colonna di destra, quella degli articoli di spalla. La cosa ha fatto inorridire Sartori, che ha minacciato di interrompere la sua ventennale collaborazione da editorialista. L'articolo ha avuto ovviamente un po' di risonanza e in tanti, per esempio sul Fatto quotidiano, hanno notato alcuni degli elementi più palesemente contraddittori delle tesi di Sartori. Eppure, queste riscuotono tutto sommato successo presso i lettori, come dimostrano i commenti a quest'altro articolo del Fatto.
Nessuno ha notato però l'insieme delle egemonie che quest'articolo promuove, né ha spiegato come il razzismo sia necessario al mantenimento dell'attuale ordine sociale (molto poco democratico).
Il razzismo e l'ordine socio-economico.
La tesi centrale, per la quale la sinistra terzomondista avrebbe aperto le porte agli stranieri, causa del declino economico degli italiani, è generalmente accettata e serve da una parte a non interrogarsi sulle reali cause della crisi economica, dall'altra a costituire “un'identità italiana” fittizia da opporre allo “straniero”. L'etnicizzazione dei conflitti sociali ed economici in tempo di crisi rinforza così la condizione attuale d'esistenza della comunità nazionale e garantisce il mantenimento dell'ordine sociale: nessuno si solleva contro chi ha causato la crisi continuando ad arricchirsi perché si individua un altro nemico, l'immigrato. Insomma, noi italiani contro loro stranieri: questa divisione permette di non affrontare il fondo della crisi e di costituire una segmentazione sociale che va a danno dell'elemento debole, l'immigrato, garantendo a chi ha il potere di conservarlo.
È una vecchia tesi che riesce a riciclarsi attraverso i decenni. Poco importa se in realtà l'Italia non ha mai aperto le sue porte agli stranieri (basti guardare la repressivissima legge Bossi-Fini e i suoi effetti). Poco importa anche che i giovani italiani abbiano già cominciato a fare lavori dequalificanti e sottopagati, cosa che Sartori sembra invece paventare soltanto per il futuro, segno che non conosce un tubo della realtà italiana contemporanea.
Il razzismo e la democrazia
Un'altra importante dominazione che Sartori alimenta con il suo articolo è di tipo politico. Il principale, e in fondo l'unico, rimprovero che il professore fa alla Kyenge è di non essere titolata ad occuparsi di integrazione. E questo è un argomento estremamente interessante. L'idea di base è che, per fare politica ed essere ministri, si debba essere competenti e titolati: cioè sei politico solo se sei politologo, sei ministro dell'economia solo se sei economista, sei ministro della sanità solo se sei medico. Per questo la Kyenge, oculista, sarebbe inadatta al dicastero dell'integrazione. Questa idea è purtroppo fondante della visione odierna della politica, vista come semplice amministrazione della cosa pubblica: per governare bene basta saper fare le cose, essere dei buoni tecnici, onesti ed efficaci. Si tratta di una visione meritocratica della politica, fatta su curriculum: depoliticizzazione della politica. Ed è questa d'altra parte la visione che assicurava al governo Monti il suo consenso iniziale ed è lo stesso tipo di discorso portato avanti dal Movimento Cinque Stelle. Come se ci fosse una sola maniera di fare le cose e di gestire la cosa pubblica; come se gli interessi in gioco fossero sempre unici per tutti; come se la politica fosse svuotata del suo compito principale: scegliere, scegliere quale tipo di società e di economia costruire. Un tecnico esegue, un politico sceglie.
Questo è evidentemente un problema non solo di razzismo nei confronti della Kyenge, ma di visione della democrazia. Il fondamento della democrazia è ben altro: che un contadino, un operaio, un lavoratore delle pulizie o del call-center diventino parlamentari e ministri. La democrazia non è meritocratica, ma si basa sull'idea che esistono uno spazio pubblico e una società civile sede di dibattiti e di lotte dalle quali scaturisce il governo della cosa pubblica. Così, la legittimità della Kyenge ad essere ministro dell'integrazione non deriva dal suo titolo di studio, ma dal fatto che da anni conduce una battaglia politica sul tema dello ius soli, battaglia che ha ragion d'essere nella società contemporanea. È in quanto militante politica e non in quanto oculista che Kyenge è diventata ministra.
È d'altra parte per questa stessa ragione che nessuno ha mai chiesto ad alcun ministro di mostrare la propria laurea prima di poter accettare il dicastero. Strano che l'idea venga a Sartori proprio per un ministro nero e donna.
Il razzismo e il sessismo
La presidente della Camera Laura Boldrini
Nero e donna. Sì, perché la pulsione più forte del razzismo contro la Kyenge è di tipo maschile e maschilista. L'odio contro la ministra è un odio contro la donna. Il discorso di Sartori non è solo quello di un italiano bianco nei confronti di un italiano nero, ma anche e soprattutto quello di un uomo nei confronti di una donna. La donna non deve far politica (certo, il Pdl è pieno di donne, ma è tutta un'altra cosa...). Nel clima generale della politica italiana questa è una convinzione abbastanza confessata che governa il disprezzo reiterato nei confronti dei politici donna. La Kyenge non è d'altra parte l'unica donna politica italiana ad aver ricevuto minacce ed aggressioni. Anche la Boldrini, presidente della Camera, ex-portavoce dell'Alto Commissariato ONU per i diritti dei rifugiati e favorevole allo ius soli, è stata attaccata e, anche lì, le offese si caratterizzano per una commistione di razzismo e sessismo, sul tipo “portateli nel letto i tuoi negri e fatti sgozzare”. Gli attacchi alla Kyenge e alla Boldrini a sfondo razzista e sessista svalorizzano e delegittimano la loro presenza in politica e questi attacchi provengono principalmente da voci maschie: servono a perpetrare il carattere maschile della politica, alla quale la donna non dovrebbe avere accesso.
Il razzismo e le classi sociali
Inoltre è importante riflettere al razzismo in Italia in legame alle classe sociali. L'odio razziale di Sartori ha infatti un altro fattore: la classe. Il suo è soprattutto un classismo. Nell'immaginario di Sartori l'arabo o il pachistano ben vestito, in giacca e cravatta e con una bella macchina, che fa un buon lavoro, non è un problema. Sartori se la prende con la Kyenge quando questa afferma che sono numerosi gli imprenditori di origine straniera: ma “imprenditore è una parola elastica”, dice Sartori, “metti su un negozietto da quattro soldi e sei un imprenditore”.
L'immigrato, in quanto commerciante troppo modesto o operaio, contadino, muratore, non è un vero imprenditore né un lavoratore come gli altri. L'idea che Sartori ha del lavoro è evidentemente più capitalista, privilegia la ricchezza e non sopporta tutto ciò che mostra povertà. È la povertà che molti italiani, dopo averla collettivamente rimossa con il boom economico, vogliono rimuovere dal proprio orizzonte di vita. È la povertà promossa dalle rappresentazioni che si fanno dell'immigrato che dà fastidio. L'odio di Sartori per gli immigrati è quello di un ricco nei confronti di un povero.
Il razzismo e la cultura istituzionale
Quel che sembra rodere maggiormente al vecchio Sartori è il fatto che la Kyenge non abbia (a suo avviso) letto il suo libro, che conteneva delle proposte sull'integrazione degli immigrati in Italia. Sartori dà così per scontato che se la Kyenge non si è filata le sue proposte è perché non le conosce – e non perché evidentemente non valgono una ceppa. Questo sottintende che, da una parte, la Kyenge non avrebbe nessuna capacità di giudizio e, dall'altra, che nessuno resisterebbe alla genialità delle idee dell'emerito prof. Ecco perché Sartori se la prende anche con la mala fede degli altri che, pur se più intelligenti della ministra, non gli hanno mai dato ascolto. “Il buon senso non fa notizia”, dice.
Questo fatto è rivelatore del cattivissimo rapporto che gli intellettuali e, in particolare, gli accademici italiani hanno con la società civile e la politica. Per i presuntuosi professoroni non si tratta di partecipare al dibattito pubblico apportando una visione arricchita dalle proprie ricerche, ma di insegnare ai poveri ignoranti, politici e giornalisti (il resto del mondo è difficilmente preso in considerazione), come dovrebbero andare le cose in un mondo normale. Questa presunzione e questo elitismo professorale è riprodotto nell'accademia italiana, in cui i professori sono depositari di un sapere vero che lo studente non può che riprodurre, tentando di imitarlo senza potervi riuscire. Chi esce dai ranghi non ha diritto di cittadinanza. Ma difficilmente il sapere prodotto sarà, nel passaggio da una generazione all'altra, rimesso in discussione, quindi innovativo.
L'aura di Sartori deve essere una delle ragioni per cui la direzione del Corriere ha deciso di declassare, senza rinviarlo all'autore, il pezzo. Bisognerebbe però sentirsi liberi di dirgli che ha scritto un po' di cazzate. Nessuno è perfetto.
Così, il problema del razzismo nell'articolo di Sartori è anche un problema di democrazia del sapere e della cultura: non basta essere un'istituzione culturale, maschi e bianchi per dire cose intelligenti.
Il razzismo e la gerontocrazia
Nessuno è perfetto. Soprattutto a novant'anni. Eh sì, perché Sartori è del 1924. Siamo sicuri che sia tra gli intellettuali più adatti ad occuparsi di un fenomeno così recente, come quello dell'immigrazione in Italia e del dibattito sullo ius soli? Perché non dare spazio, soprattutto sulle pagine dei grandi giornali, a dei pensatori più giovani, che vivono nel mondo di oggi, che lo capiscono e sanno interpretarlo? Perché non liberarsi dei vecchi che, per quanto rispettabili, hanno forse esaurito le cose da dire alla nostra società?
Ma questo problema è più ampio e tocca anche la proprietà dei giornali e dei media, nelle mani di gruppi poco interessati a fare davvero informazione e dibattito.
Lo storico neo-cons Samuel Huntington
Il razzismo e l'identità
Questo è un grande malinteso del dibattito sullo ius soli. Le rappresentazioni di questa problematica veicolano infatti l'idea che sia in gioco l'identità dell'Italia e degli italiani, basandosi sulla teoria dello scontro di civiltà (che abbiamo evocato prima): questa concezione dell'identità non ha infatti senso che all'interno di una più vasta civiltà o cultura che bisognerebbe preservare. Invece lo ius soli e lo ius sanguinis sono norme giuridiche e riguardano non l'identità delle persone e dei gruppi, ché quella non si definisce per decreto, bensì le condizioni pratiche di vita delle persone. Lo ius soli serve semplicemente a permettere a chi è nato e cresciuto in Italia di restarci senza dover fare un'infinita tiritera dal diciottesimo anno di vita in poi, quando diventa “immigrato” (mentre fino al giorno prima era italiano) e il suo statuto comincia ad essere regolato dalla Bossi-Fini, legge che cambia la vita, in peggio.

Ecco qualche riflessione sul perché il dibattito sullo ius soli e la lotta contro il razzismo della Kyenge è legato ad altre questioni e riguarda tutti. Il razzismo, purtroppo, non è solo. Liberarsi dal razzismo significa liberarsi da tante altre dominazioni e discriminazioni. Il razzismo è la punta dell'ice-berg. Battersi contro di esso è battersi su più fronti. Ma quale strategia?

domenica 12 maggio 2013

Racconto di un matrimonio, in questo inizio di XXI secolo


Quando mamma Di Nardo sentì dalla viva voce del proprio figlio, Omar, che lui e la sua fidanzata avevano deciso di sposarsi, lei versò una lacrima di gioia. E il padre, che ora vedeva la speranza di diventar nonno molto più vicina e concreta, se ne andò a cercare una bottiglia di spumante per brindare e per nascondere la sua, di lacrima.
Tuttavia, quando mamma Di Nardo sentì dalla viva voce di Omar che lui e Rosa avevano deciso di sposarsi, lei pensò immediatamente alla matassa ingarbugliata che quel matrimonio avrebbe creato. Mamma Di Nardo e anche papà Di Nardo, infatti, sapevano bene che quei due, per sposarsi, non c'avevano una lira, o un centesimo come avevano imparato a dire da un pò di anni a questa parte. E senza soldi e senza casa – si chiedevano i due quando il figlio e la futura nuora finirono di cenare e se ne uscirono – che matrimonio s'ha da fare?
Certo, Rosa lavorava come parrucchiera. Ma lavorava nel salone della zia, in nero e per 400 euro al mese, nella speranza che la zia un giorno andasse in pensione, o schiattasse, lasciandole l'attività, le attrezzature, i clienti e, si sperava, anche i guadagni. Ma la zia doveva ritenere che questi ultimi, benché scarsi, fossero abbastanza soddisfacenti per continuare a lavorare anche dopo l'età pensionabile, tenendosi stretto il luogo in cui aveva passato gli ultimi trent'anni della sua vita e in cui aveva tutte le sue frequentazioni. Così ebbe il tempo di fare da testimone alla nipote ed anche da madrina di battesimo al figlio della nipote e niente, Rosa restava operaia, apprendista quasi, con un aumento che le permetteva a stento di pagare i pannolini.
Altri erano i problemi di Omar, che un giorno pareva esser stato vicino così dal sistemarsi. Un cugino di suo padre, infatti, che parlava bene e che si era sempre circondato di brava gente, era consigliere regionale ed era stato eletto nella commissione trasporti. Quella posizione lo portò a stringere dei legami abbastanza vantaggiosi con le aziende di trasporto civile su gomma, settore che con quella commistione fetente tra privato e pubblico (faccio il privato coi soldi pubblici) era ed è sempre il verde giardino delle clientele.
Un posto si trovava vacante e, siccome tutti quelli che stavano in fila aspettando di lavorare da più tempo di Omar erano stati accontentati con qualche contratto a progetto, il turno dello sposo venne. Gli serviva però la patente D, quella che lo autorizzasse a guidare i pullman. Fu il padre di Omar a finanziare l'investimento: sei mesi di scuola guida, motorizzazione e tutto il resto, per la somma di duemila euro. Ma intanto il vento cambiò e, invece che in poppa, il partito del cugino ce l'aveva ormai in prua, anzi dritto in fronte. Inoltre, quella crisi economica di cui si sentiva parlare tanto alla televisione si tradusse infine in una realtà concreta anche in quella piccola città di provincia, impedendo a Omar di riciclarsi altrove. Soltanto, iscrivendosi ad un'agenzia interinale, aveva trovato lavoro come postino, per il mese di agosto, a rimpiazzare i postini in ferie.
L'annuncio del matrimonio arrivava poco dopo questi fatti. Quando papà Di Nardo andò a cercare lo spumante, pensò precisamente a questo, pur versando una lacrima: che dopo quell'investimento non fruttato, gli toccava anche finanziare quel matrimonio, visto che i due rampolli non avevano niente di loro e che dalla parte di lei c'era da cavare ancor meno che un fico secco. Pertanto, per non rovinare la gioia di quel momento ma per capire almeno quanto tempo aveva per raccimolare qualche spicciolo (e quanto tempo avevano i due per lasciar perdere quella pazza idea di sposarsi negli anni Dieci del XXI secolo), gli chiese: “E quando, il dolce momento?”.
Avevano pensato, i due, l'anno successivo, all'inizio dell'estate, perché ci fosse il tempo di sistemare tutto, visto che partivano da zero. La sera stessa non fu affrontato nessun altro argomento. E già mamma Di Nardo si chiedeva: ma dove andranno a vivere? Eppure, già doveva intuire a quale grossa croce la stesse inchiodando il figlio.
Infatti, appena riuscirono a mettere insieme due quattrini, i signori Di Nardo, un bel po' d'anni addietro (quando si riuscivano ancora a fare soldi in questo santo paese), decisero di comprare un suv e di andare a vivere in una casa che s'addicesse alla loro nuova condizione di arrivati, di nuovi ricchi: una sacrosanta casa, singola, una villa, tirata su da zero, col giardino intorno, lontana dai palazzi, col box auto, il giardino e la terrazza e senza quelle altre sozzure che i loro genitori, contadini, erano stati costretti a zappare, arare e seminare per trarne qualche scarso nutrimento. L'ostentazione della nuova ricchezza era tanto più grande quanto dura era stata la fame patita. Fecero, costruirono, pagarono e, poi, pagarono una seconda volta, col condono.
Ora, quei tre piani in cemento armato, raffazzonati alla buona dallo zio architetto, e quei centocinquanta metri quadrati, non erano forse troppi per mamma e papà Di Nardo, soli, avvicinandosi alla vecchiaia? I due vecchi si sarebbero quindi presto piegati all'idea di Omar di risistemare il piano terra, rompendo muri, rifacendo pareti, aprendo finestre, per farne un appartamento come si deve, dove si possa vivere e crescere dei bambini cristianamente. E in tutta cristianità e con nuovo abusivismo papà, figlio e parenti si diedero all'edilizia per qualche mese.
Venne il giorno del matrimonio e tutto andò come si doveva. Le ostriche all'ingresso del ristorante c'erano, i duecento e rotti invitati s'ingozzarono tanto da non poter mangiare la metà delle portate, i testimoni, secondo l'usanza un po' cafona che vigeva da quelle parti, offrirono le fedi agli sposi. Tutti fecero mostra dei loro vestiti, molti dei quali dovevano sfiorare, quanto al prezzo, un mese di salario della sposa. Ma la grande novità fu che i giovani invitati regalarono agli sposi, durante il banchetto, un harlem shake, animando notevolmente la sala.
Fu così che la nuova e felice vita di Maria Rosaria detta Rosa e Omar cominciò, in questo inizio di XXI secolo.

mercoledì 1 maggio 2013

Non è successo nulla, tout va bien. O quasi.


 Alla fine, non è successo nulla. Dopo tutto quello che è successo, voglio dire, non è successo nulla. Dico, dopo tutto quello che c'è stato, le elezioni, il presidente della Repubblica delle banane, qualche timida manifestazione, un attentato che non era un attentato, dopo tutto quello che è successo, non è successo nulla. Eppure, qualche conclusione da quel nulla bisognerà tirarla, sia pure con le pinze e un po' di fantasia.
In particolare, la mia pinza da quel nulla tira fuori alcune riflessioni e si trasforma in penna per scriverle qui. E le sue conclusioni sono due, abbastanza evidenti. Una, che la politica parlamentare, quella partitocratica, ha un'ideologia liberista e che questa è causa dei nostri problemi (evidenza che gli elettori “di sinistra” del PD non hanno capito). Due, che il cambiamento che si invoca tanto negli ultimi tempi non può venire da quella politica parlamentare, anche quando in parlamento ci va gente nuova: deve cambiare la società e il palazzo cambierà con essa. Il cambiamento deve invertire la tendenza neoliberista e deve venire dal basso, come si diceva una volta, e da sinistra, ché da lì vengono le istanze progressiste e di emancipazione dei popoli.

Ed è questa la grande povertà della società italiana: di non sapere vedere quanto invece è conservatrice e impregnata di quei valori che le rendono miserabile. Per questo “la gente”, questo soggetto indefinito, che oggi alcuni chiamano “i cittadini”, non riescono a pensare un'uscita dalla loro miseria, non riescono a lottare contro di essa, magari organizzando un movimento sociale che sviluppi una nuova idea di società basata su dei valori di solidarietà e di equità. Questi valori sono assenti in una società immiserita e che ha vergogna di ammettere la propria miseria. Al punto da scegliere il suicidio.
Eppure, un'idea di società equa e giusta non è del tutto assente da altre società pur così vicine a quella italiana. Infatti, è un'idea su cui alcuni movimenti, come quello degli Indignados, quello di Occupy Wall Street, quello di Atene, quello di piazza Tahrir, quello portoghese, quello islandese, hanno già cominciato a lavorare. In Italia, niente. Percepiamo il malessere e ce lo facciamo piovere addosso, arrugginendoci. Eppure, quella buona erba che dovrebbe nutrire una nuova idea di società ha già un terreno su cui crescere.
Questo terreno è quello dei poveri. È il mondo degli schiavi al lavoro, gli stagisti, gli immigrati (che sono stati quasi i soli, nel silenzio generale e colpevole, sindacati compresi, ad aver scioperato negli ultimi mesi), gli operai ricattati, i licenziati, gli interinali, i somministrati, i disoccupati, i lavoratori a cottimo mascherati in partite Iva e liberi professionisti, i dipendenti pubblici, il personale precarizzato degli ospedali in chiusura, i cocoprò, i cococò, gli esodati, le vittime delle grandi opere mafiose, i pensionati e quelli che in pensione dovevano andarci nel 2012, poi nel 2013, poi nel 2014, poi... Insomma noi, noi tutti, vittime di una politica economica che schiavizza le persone: questo mondo qui è il terreno su cui, con ogni evidenza, dovrebbe crescere e rinverdire un'idea solidale di società.

Questi mondi sociali e lavorativi vengono spesso rappresentati come “dimenticati”, trascurati da una politica “lontana dai cittadini”. In questa visione, una disattenzione e delle leggi fatte male da parlamentari incompetenti e ladri genererebbe inevitabilmente una cattiva gestione della cosa pubblica di cui la nostra miseria sarebbe figlia. Basterebbe, in tal caso, raddrizzare un po' il timone per evitare il naufragio.
Queste rappresentazioni, che sembrano essere il massimo della critica che la maggioranza degli italiani riesce ad apportare al sistema sociale e politico in cui vive, sono quantomeno ingenue.
Non credo che la nostra miseria esista solo perché siamo governati da gente ladra ed incompetente. Gli incompetenti e ladri, infatti, servono un'ideologia, “l'unica praticabile”, che ci vuole schiavi. È l'ideologia capitalista, di cui quei ladri sono i servi e rappresentanti e che si nutre delle innumerevoli forme di schiavitù in cui siamo ridotti. Precari, immigrati, stagisti, disoccupati: tutti schiavizzati per il profitto di pochi. Un'ideologia, tante schiavitù.

L'egemonia dell'ideologia capitalista è totale. La personalità dello schiavo ha incorporato quell'ideologia che si traduce in modi di vita, di vedere il mondo, di organizzarlo. E quest'organizzazione del mondo è fondata sulla separazione, sulla chiusura, sulla divisione: i nostri lavori si differenziano sempre più, gli ambienti in cui viviamo sono sempre meno penetrabili, i nostri stili di vita individualisti.
Lo stato di schiavitù in cui ci troviamo ci impedisce di pensarci come membri di una collettività, come individui partecipanti di un segmento di società e della società intera. Siamo individui le cui parole e i cui atti si affastellano e si confondono in uno spazio virtuale dove l'infinità delle connessioni impedisce l'emersione di tratti comuni, di gruppi sociali capaci di agire.

Nessuno di noi ha una pertinenza sociale. I nomi comuni con cui siamo identificati nel corso della nostra vita, e soprattutto nel nostro lavoro, sono incommensurabili, frutto di una moltiplicazione lessicale che ha frammentato le nostre aspettative, le nostre identità, le nostre personalità. Ridotti in segmenti individuali ed egotici, siamo derubati di qualsiasi potere si significazione comune. Hanno stretto il laccio intorno alla pertinenza sociale dei nostri racconti individuali: protagonisti solo di noi stessi, la storia degli altri non ci interessa, non ci riguarda, non ci commuove.

La più grande vittoria di questo processo, mi pare, non è stata solo frammentazione della società e dell'economia, ma l'isolamento dell'individuo. Abbiamo vissuto un processo di atomizzazione dei rapporti sociali che ci impedisce di associarsi. Siamo soli, rinchiusi nella nostra solitudine, nel nostro isolamento. Siamo atomi.
La disoccupazione è l'apice di questo processo di atomizzazione. Soprattutto nella disoccupazione, e soprattutto in quella giovanile, è visibile la solitudine esistenziale di cui è prigioniero l'individuo che vive nell'Italia contemporanea.
Sì, perché un giovane disoccupato è un giovane annientato. È un giovane privato della sua forza vitale, di un posto in società. Un giovane disoccupato è stato rigettato dalla società, spossessato della sua traiettoria di vita, reso impotente di fronte a un mondo che pur agisce su di lui. È stato privato di qualsiasi ruolo in società, di qualsiasi definizione. Confinato in un limbo di ristrettezze, si definisce per quel che non è. Un giovane disoccupato è costretto a restare giovane nella sua psicologia, nella sua personalità, fin nella sua sessualità. È sterile e impotente. Non può, perché è escluso.
È un atomo, solo, isolato, privo di qualsiasi forza, in connessione forse con il mondo intero, ma in associazione con nessuno. Cerca un legame molecolare impossibile che crei una lega capace di dare vita ad un mondo nuovo. È idrogeno spaiato e senza respiro.
Questo isolamento è prigionia e schiavitù. È impossibilità di pensare al di là del proprio io, un io che corrisponde più o meno al niente.

Questa è stata una grande vittoria del neoliberismo in Italia e altrove: l'isolamento di ognuno di noi. È un isolamento non solo fisico. È un isolamento psicologico, sociale, certo. Ma è un isolamento anche linguistico: la nostra lingua, il nostro discorso del mondo non è condivisibile, poiché frutto di un'infinita frammentazione che ci precede, ci colloca, ci confina. Una divisione il cui risultato è un numero decimale periodico.
Perduta la nostra pertinenza in società, incapaci di sentirci parte di un discorso comune, collettivo, frigidi e distratti di fronte al viso sofferente di chi ci sta di fronte, non abbiamo nessuna empatia col mondo, quello degli umani come quello della natura.
È una frontiera da abbattere: politica, sociale, psicologica, linguistica, grammaticale. È la grammatica che usiamo per descrivere il mondo che deve liberarsi dei suoi limiti e poter dire la nostra schiavitù in maniera collettiva. Una grammatica che sia associativa e solidale. Infinitamente politica.

venerdì 29 marzo 2013

Storie di Negri, Storie da Bianchi: Django si è davvero liberato?



Prima di tutto, è così che i problemi si pongono a Mayotte [donna di colore] – all'età di cinque anni e alla terza pagina del suo libro: “Lei tirava fuori il calamaio dal suo banco e glielo scaraventava sulla testa, facendogli una doccia.” Era la maniera tutta sua di trasformare i Bianchi in Neri. Ma si è resa conto ben presto della vanità dei suoi sforzi; e poi ci sono Loulouze e sua madre che le hanno detto che la vita, per una donna di colore, è difficile. Allora, non potendo più annerire, non potendo più negrificare il mondo, cercherà nel suo corpo e nel suo pensiero di sbiancarlo.

Qualsiasi popolo colonizzato – cioè qualsiasi popolo in seno al quale è sorto un complesso d'inferiorità, a causa della demolizione dell'originalità culturale locale – si situa di fronte al linguaggio della nazione civilizzatrice, cioè della cultura metropolitana. Il colonizzato sarà tanto fuggito dal proprio pantano quanto più si sarà appropriato dei valori culturali della metropoli. Sarà tanto bianco quanto più avrà rigettato le sua nerezza, il suo pantano.

Frantz Fanon, Peau noire, masques blancs.

Guardando Django Unchained di Quentin Tarantino un paio di settimane fa al cinema, ho pensato a Fanon e alla sua maniera di descrivere la dominazione subita dal negro colonizzato. Certo, Fanon è un intellettuale e psichiatra e in Peau noire, masques blancs parla dei neri delle Antille e del loro rapporto alla Métropole, la Francia. Leggere Tarantino attraverso Fanon può essere in parte fuorviante.
Eppure, quando il Tedesco (ah, piccola nota: io ho una cattiva memoria; a parte Django, i nomi degli altri personaggi li ho dimenticati. Quindi siate comprensivi e accettate la semplificazione: il Tedesco è il (finto) cacciatore di taglie, Di Caprio è il grande proprietario terriero, il Servo è il servo di Di Caprio, etc.).
Quando verso l'inizio del film il Tedesco libera Django e gli dà la possibilità di scegliere il suo abbigliamento, Django, incredulo della possibilità di scelta che gli è stata data, si veste come un colonizzatore schiavista francese di un secolo e mezzo prima: velluto blu, bavero bianco. Di fronte a questa scena, Fanon mi è saltato alla mente e non ho potuto fare a meno di interpretare Django Unchained come un film sull'impossibilità di liberarsi da una dominazione totale imposta ad un gruppo, in questo caso gli schiavi neri.
Django è un gran bel film. Si spara e c'è violenza come in un buon western. Tanti morti, tutti ammazzati da un eroe per il quale simpatizziamo dall'inizio alla fine, quando trionfa. Per di più, la violenza in Tarantino è neutralizzata (quasi) totalmente: è splatter, non fa paura e la fotografia rende le immagini più vicine alle pagine di un fumetto che alle scene di un film.
In un paio di momenti, però, la fotografia cambia e la violenza inquieta realmente lo spettatore. Si tratta dei ricordi di Django che ripensa alla sua fuga con Brumhilde, alla cattura, alle sevizie subite. Quelle scene non sono più le pagine di un fumetto, ma delle scene quasi documentaristiche, come a dire: certo cari spettatori, noi qui ci stiamo raccontando una storia, una finzione, ci stiamo divertendo, ma ricordatevi che queste cose succedevano/ono davvero.
Django non è un film storico. Tarantino ci aveva già abituato a delle finzioni ispirate a degli eventi storici scottanti. Ed è, a mio avviso, su questo statuto di finzione storica (nel senso di sconvolgimento narrativo, fittizio della Storia) che bisogna riflettere. Tarantino prende degli eventi storici e li manipola, li stravolge, prende i vinti e gli fa compiere una vendetta violenta, catartica e spettacolare. Come piace a noi.
Invertire il corso della Storia attraverso la finzione è una maniera di riflettere sulla Storia. Manipolarla non significa immaginare come ci sarebbe piaciuto che andasse, ma rappresentare, cioè interpretare le dinamiche storiche e mostrarle. Una finzione storica, nel caso di Django Unchained, è un film che riflette sulla schiavitù dei neri negli States e prova a dirne le dinamiche. Insomma, questa finzione è un'astrazione, una sega mentale che, per una volta, non è noiosissima e ci tiene incollati allo schermo per tre ore. Roba paradisiaca.
Django non è un eroe negro. Se gli amici della negritudine avessero visto questo film qualche decennio fa, forse l'avrebbero criticato alla grande. E in molti l'hanno fatto oggi. Ciò che scandalizza è proprio il fatto che Django non riscatta i negri. La sua vendetta è tutta personale, egoista e individuale, come ha messo in evidenza un mio caro amico su un blog fighissimo. Django, anzi, decreta la morte di un altro negro. Pare proprio che voglia distinguersi dagli altri neri al punto che, prima di ammazzare il Servo alla fine del film, dice di essere quell'uno su mille negri a cui Di Caprio accordava l'intelligenza. In Django nessuno spirito di “classe”, cioè di “razza”. Sembra che gli stessi schiavi neri, vedendolo a cavallo, siano d'accordo con Di Caprio: se quell'uomo è a cavallo, o è un Bianco o il mondo va alla rovescia.
La divisione del mondo nel profondo Sud pare fatta così: ci sono i Bianchi e ci sono i Negri, gli schiavi, come c'è la Terra che gira intorno al Sole. Django non può essere il liberatore dei Negri perché il Negro condivide, interiorizza la dominazione che subisce, perché su quella dominazione si fonda l'ordine sociale, l'organizzazione del mondo in ascisse e coordinate, il posto che ognuno di loro (di noi) occupa nel mondo. È una dominazione che è incorporata da tutti, bianchi e neri, e che genera delle disposizioni insormontabili. Insomma, che un negro vada a cavallo fa parte della sfera dell'impensabile.
Il padre di Di Caprio avrebbe potuto morire, un giorno qualsiasi, sotto il rasoio di un negro che gli faceva la barba ogni mattina sotto il portico della villa. Eppure, lo schiavo non gli ha mai tagliato la gola. E perché avrebbe dovuto? Lo schiavo è schiavo perché non sa di essere schiavo. E non credere che questo non ti riguardi.
Il Negro, insomma, non può liberarsi in quanto Negro perché la dominazione che subisce è totale e non lascia spazio alla rivolta. Django, infatti, finché è un Negro non si prende nessuna libertà. La sua libertà è condizionata, prima di tutto perché è il Tedesco che gliela dà, anzi, che gliela vende in cambio dell'aiuto ad ammazzare quei tre farabutti le cui foto erano stampate sull'avviso di ricerca (falso). Ma, dopo quell'affare, Django proprio non sa come gestirla la sua libertà perché, in ogni caso, un posto per un Negro libero nel mondo in cui vive non è previsto. Quando allora il Tedesco gli propone di passare una stagione di caccia (di taglie) con lui, Django non è libero ed accetta. Sono i rapporti di forza che scelgono per lui.
È da questo momento che iniziano le peripezie di Django per giungere fino ai terreni di Di Caprio con lo scopo di liberare la sua Brumhilde. È da questo momento che Django comincia il suo cammino verso la libertà, in quanto eroe di una favola popolare tedesca e protagonista di una commedia teatrale di cui il Tedesco (e non Django) è il regista. E questo percorso di libertà è prima di tutto un percorso di sbiancamento. Django deve sbiancarsi. Va a cavallo, diventa un negriero, fa ammazzare qualche negro qua e là. Ma, soprattutto, Django impara a parlare come un bianco.
Fanon, nella seconda citazione, attribuisce una grande importanza al linguaggio. Il linguaggio è la dimensione principale in cui la dominazione del Bianco/dominante si esercita sul Negro/dominato (come ogni dominazione). Il Negro non ha altra scelta che quella di incorporare, interiorizzare il linguaggio del Bianco, la sua organizzazione linguistica del mondo. Per lui, ormai, la sola maniera di migliorare la propria condizione è quella di parlare come il Bianco, meglio del Bianco.
Il solo momento in cui Django si prende la sua libertà da solo? Pensateci un po'... Verso la fine del film, quando il colpo da Di Caprio è andato a puttane, il Tedesco e Di Caprio sono morti e lui è portato in catene verso una miniera. Come si libera? Non spara un colpo (cioè, fino a un certo punto). Django si libera con la parola. Racconta ai tre carcerieri che lo scortano la storia di una banda di criminali sulla cui testa c'è una taglia e che si trovano nella villa di Di Caprio. Tira fuori allora l'avviso di ricerca che gli aveva dato il Tedesco e aveva tenuto in tasca. Illustra ai tre allocchi la convenienza e la facilità dell'affare e li convince perché, come dice uno di loro, Django “parla come un bianco”.
E non solo parla come un bianco, ma addirittura racconta delle storie, delle finzioni come un bianco. Da protagonista diventa regista, come il Tedesco.
Ricordiamo che non solo il suo racconto ai tre sbirri è falso, ma lo stesso avviso della taglia è falso così come lo erano tutti gli avvisi del Tedesco. E questo gliel'aveva detto, a Django, lo scagnozzo di Di Caprio quando stava per tagliargli il pisello. Il Tedesco, un personaggio estremamente teatrale, gli aveva raccontato tante, tante storie, tante finzioni e l'aveva diretto in queste commedie.
Ora Django ha imparato a raccontare storie altrettanto bene, proprio come un Bianco, e forse meglio. È grazie a questa arte di raccontare storie che può prendersi adesso la propria libertà. Questo è un passaggio importante, meglio essere chiari: la libertà di Django passa dalla sua capacità di apprendere dal bianco la maniera di raccontare, di dire il mondo. Dalla sua capacità, insomma, di integrarsi (termine di attualità...).
Elaborare una finzione è la patente per la libertà. La dominazione non può finire se non all'interno del racconto che il Bianco fa del mondo. La dominazione, insomma, non è sradicata e non può esserlo. Tarantino sembra esserne convinto. Il suo film ci dice che la Storia dei Negri, la storia di una dominazione totale non può essere raccontata che nei codici dei narrativi dei Bianchi.
Come si racconta la liberazione di Django, con quali generi? Uno più evidente, gli altri meno marcati. Il primo è ovviamente il genere cinematografico del western. Il secondo, a cui si fa allusione ma che fonda l'intrigo di Django, è quello della favola tedesca: un eroe, una serie di peripezie e di prove che deve oltrepassare, la vittoria e il premio che, generalmente, consiste nella liberazione dell'amata. Il terzo, il teatro: Django è un attore al servizio del Tedesco, regista di una commedia continua.
Tarantino si è fatto una domanda: come rappresentare la Storia della dominazione schiavista? Quale margine ho, io narratore bianco, di raccontare una storia di uno schiavo nero? Tarantino si è risposto che questo margine di narrabilità non gli è concesso (salvo a voler fare un film come Ken Loach). Quel che ha potuto fare, invece, è stato riflettere sull'impossibilità di rappresentare la dominazione schiavista al di fuori di questa stessa dominazione. Ha riflettuto sulle possibilità che ha il linguaggio di rappresentare ciò che il linguaggio stesso, nella sua radicazione sociale, non permette di rappresentare. Rappresentare l'irrappresentabilità dell'impensabile. Insomma, Django Unchained è un film metanarrativo, anzi metanarrabile. Ed è, secondo me, soprattutto per questo che il film ci piace.
Siamo d'accordo con Tarantino oppure no? È possibile oppure no la creazione di un discorso che evada la dominazione e la rinversi? È possibile oppure no una rivolta, una rivoluzione?
Ciò che Tarantino sembra trascurare è la possibilità di qualsiasi azione collettiva. Il suo universo è individualista e non concepisce la solidarietà e l'associazione di individui. La prospettiva di Frantz Fanon è radicalmente differente, soprattuto ne I dannati della terra, scritto dopo essersi impegnato al fianco del Fronte di Liberazione Nazionale algerino durante la guerra d'Algeria (1954-62). Lo psichiatra di origine caraibica amplia la sua teoria per cui il colonizzato è dominato psicologicamente dal colonizzatore: la sola maniera per liberarsi da quest'ultimo è di ucciderlo, altrettanto violentemente quanto è violenta la dominazione coloniale. Questo processo violento di decolonizzazione non può essere che condotto collettivamente, al livello della comunità colonizzata. In effetti la dominazione è collettiva e solo collettivamente le si può sconfiggere.
Abbiamo bisogno di un Django che sia tutti noi. Quello di Tarantino, effettivamente, non lo è. È importante riflettere su un discorso comune, un immaginario condiviso che sia capace di ri-raccontare il mondo, di ricrearlo, di rimodellarlo per migliorarlo, insieme e in modo solidale, per ribaltare la dominazione di cui siamo schiavi senza saper leggerla.

venerdì 25 gennaio 2013

Fantapolitica. Se fossi il ministro dell'Istruzione.


Se fossi il Ministro dell'Istruzione, sarei molto meno cattivo di tutti i ministri che abbiamo avuto negli ultimi decenni. Tutti a dire che la coperta era troppo corta e che gli insegnanti e che gli insegnanti non lavorano mai abbastanza: lavora!, lavora! Io non sono d'accordo e faccio una proposta.
Il mestiere di insegnante è faticoso: vi immaginate tutti i giorni con venti (venti, ma che dico venti?!, ormai trenta, quaranta, cinquanta!) bambini in classe? Che non vedono l'ora che suoni la campanella per gridare, correre o scoreggiare? Scommetto che l'80% di voi avrebbe un esaurimento nervoso al terzo anno di lavoro. Io dico una cosa: che un insegnante non è un supereroe dei fumetti, come Batman o Superman, e neanche quelli dei videogame, come Super Mario. Insomma, è una persona normale, che invecchia, come invecchiano le sue capacità, i suoi saperi, e così via. Per questo ogni cinque anni un insegnante dovrebbe fermarsi per un anno, stare lontano dai bambini e dai ragazzi, incontrare gli insegnanti di altre parti d'Italia, aggiornarsi, rimettersi in discussione e, eventualmente, correggersi. Io credo che anche i ragazzi sarebbero più contenti di non vedere più insegnanti un op' esauriti e che hanno perso il senso di quello che insegnano da vent'anni. E tutta la società crescerebbe meglio, insieme e più pacatamente. Pensate che cambiamento...

venerdì 18 gennaio 2013

Nascita di una nazione

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Piccolo dialogo teatrale per un esercizio di riscrittura di alcuni motivi shakespiriani. Due personaggi femminili, Lady Lavinia e Margareth.

Lady Lavinia: Margareth, vieni Margareth...! Margareth, cosa ne pensi di questi bicchieri? Non credi che il vino si rifletta male sul vetro e appaia troppo scuro?

Margareth: No, Lady Lavinia. In questo tipo di bicchieri il vino somiglierà a del sangue vivo.

L.: E i piatti, non sono troppo larghi?

M.: No, mia signora, li riempiremo di carne a sufficienza...

L.: Bene, e tra quanto tempo i preparativi per il pranzo di benvenuto saranno pronti ?

M.: Tra non molto... Quando ho lasciato la cucina Grace e Mary dicevano che la carne era pronta. E adesso stia seduta, signora. La vita che vive in lei è stanca. Si sieda. Durante il pranzo io le servirò un bicchiere di vino: lo beva, per dare forza al bambino. Ma beva solo il vino che io le servirò.

L.: Grazie, Margareth. Tu e Grace e Mary siete la mia forza. Durante questi anni, voi siete state la mia gioia, le mie amiche, le mie amanti. Grazie.

M.: Al suo servizio, mia signora.

L.: Sei anni, Margareth...

M.: E sei mesi e sei giorni...

L.: Stamattina mi sono alzata e ho pensato a questi ultimi sei anni. Questa casa ha visto il suo padrone... quante volte? Cinque, sei volte? L'uomo che ha costruito questa casa intorno al nostro letto. Ora sta tornando e il vino scorrerà su questa tavola come il sangue dei nemici sul campo di battaglia.

M.: La tavola sarà un fiume rosso, signora.

L.: Sei colpi, Margareth. Delle ferite dal braccio al cuore. Ed ha scelto di restare sul campo di battaglia, nonostante le ferite. Non è morto e il suo potere non si è indebolito. Si è accresciuto.

M.: Lei non era ancora incinta, signora. Un uomo di potere non può lasciare questo mondo senza una successione. Soprattutto se il successore deve essere glorioso.

L.: Quando i dottori dissero che non potevo dare la vita a nessuno...

M.: I dottori posseggono solo la metà della conoscenza. E lei aveva bisogno dell'altra metà.

L.: Mi avete cercato.

M.: Il destino del suo popolo e di suo marito lo richiedeva.

L.: Sopravvivrò al parto?

M.: Non dipende da noi, ma da Lui. Egli è l'unico padrone del suo corpo e della sua anima.

L.: E che cosa dice? Dopo la mia morte, non tradirà mio figlio?

M.: No, mia signora. Non tutti i figli hanno bisogno di succhiare il latte dal seno della madre.

L.: E mio figlio glorificherà sempre il padre?

M.: Il nome di suo padre sarà il nome del paese che fonderà.

L.: E il paese prolifererà come ho chiesto a Lui?

M.: Il suo sacrificio sarà stato un prezzo onesto. Suo figlio non sarà un soldato, come suo padre. Le sue mani rimarranno pulite, linde. Non avrà il potere delle armi, ma quello del linguaggio. Il padre ha ucciso con la violenza, il figlio ucciderà con le parole. Avrà dodici figli, da dieci donne differenti. I suoi figli prolifereranno su un territorio conquistato, fonderanno delle colonie e le colonie diventeranno un paese, un paese glorioso. Questo è il Suo volere.

L.: Oh Margareth, se ancora avrò la forza di ricordare dopo la mia morte, mi ricorderò di te.

M.: E così sia, mia signora.
Ma questo non è il momento d'addio, ma di benvenuto. Suo marito sta arrivando. Mi scusi, devo lasciarla...
Grace, Mary, il vino, il vino, prendete il vino e versatelo nei bicchieri. Abbondanza nella casa in cui sta per nascere il Padre di una Nazione!

sabato 5 gennaio 2013

Fantapolitica. Se fossi il Ministro dello Stato Sociale.

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Se io fossi il Ministro dello Stato Sociale o del Welfare, come si dice da un po' di tempo, farei una legge a favore dei genitori e dei figli. I figli, infatti, non sono dei sacchi di patate che, a lasciarli a casa o a scuola tutto il giorno, tutt'al più nasce qualche rametto bianco. I figli sono qualcosa di serio, che richiede tempo e responsabilità. Quello che mi chiedo è: se non ci sono nonni, zii, cugini, amici, baby-sitter, tate, tante, nutrici, nutrie, cagnolini o scoiattoli che possono prendersi cura dei bambini, con chi restano questi ultimi mentre tutti e due i genitori lavorano? Chi li porta all'asilo, ops!, alla scuola dell'infanzia, al nido, in questo o in quest'altro posto? E chi li va a riprendere? Li lasciamo lì per strada? Chiediamo alla maestra di portarli a casa con lei e li passiamo a prendere la sera alle 9 quando finiamo di lavorare? Io direi di no, mamma e papà sono mamma e papà, la maestra è la maestra. Quindi, sentite un po' che cosa proporrei in questa prima puntata della nuova fantapolitica: che tutte le coppie con figli in cui entrambi i genitori sono lavoratori abbiano diritto a una riduzione retribuita della giornata lavorativa. Per esempio direi che uno dei due genitori, che sia il maschietto o la femminuccia, può lavorare un'ora in meno al giorno quando il o i figli(o) ha(nno) meno di 5 anni ed essere pagato, per quell'ora, all'80%. Per chi avesse bisogno di una seconda ora di riduzione dell'orario, questa seconda ora io gliela pagherei al 70%. Una terza? Io la pagherei al 50%. Una quarta? No, una quarta forse no...
Ma chi le paga queste ore? Già, chi deve prendersi il carico di spesare un tempo non lavorativo e che viene dedicato alla cura dei bambini? L'azienda? Il padrone? Non è detto che sempre ce la faccia e non sono neanche sicuro che sarebbe del tutto giusto. Certo, un contributo dovrebbe darlo: se un suo lavoratore/trice riesce ad educare adeguatamente i suoi figli, non è vantaggioso anche per lui o per chi lo circonda? Che ci siano bambini che crescono bene, sani, educati ed intelligenti è un bene per tutta la società, non solo per i genitori. Io, quindi, direi che tutta la società deve occuparsene. E che tutta la società deve prendersene carico. In che modo? Grazie allo stato, che sia uno stato sociale. Ecco, se io fossi il Ministro, direi che lo Stato Sociale dovrebbe prendersi cura dei bambini che nascono e aiutare i genitori ad occuparsene. Pensate come si riempirebbero di bambini le nostre strade...